sabato 18 agosto 2018

QUANDO TUTTO CROLLA

sono quattro giorni che ci giro intorno, che per un motivo o per un altro non guardo la televisione e quindi i notiziari; le uniche immagini che mi hanno toccato gli occhi sono state quelle della stessa mattina della tragedia di Ponte Morandi, a Genova, prima di andare a lavorare, e quelle che vedo su Facebook, che mai come in questi casi sembra diventare l'unica fonte di informazione per molti, oltre che salotto per scambio di opinioni tra improvvisi, esperti ingegneri civili.
io mi limito a guardare, confesso.

le immagini che ho visto il 14 agosto mi hanno chiuso lo stomaco, dopo averlo annodato con un doppio nodo e sono andata a lavorare con l'angoscia.
e sì perché se anche non vivo più a Genova dal luglio del 1997, io quel ponte l'ho fatto e rifatto e rifatto mille e mille volte.
per i genovesi era una delle due strade per andare da una parte all'altra della città, non l'autostrada che si usa nei viaggi lunghi, che visto com'è Genova, o passavi da lì o dalle vie cittadine, con semafori e pedoni e parcheggi in doppia fila e...
per questo l'impatto emotivo che ha avuto su di noi è stato assoluto, molto più della catastrofe del tir esploso a Borgo Panigale, sulla A1, che pure ha danneggiato e tanto la struttura autostradale.
qui un pezzo di città è andato in polvere e con lui tante vite e i cuori di tutti i genovesi.

sempre su Facebook, in questi giorni ho letto qualche scritto molto toccante sui sentimenti scaturiti da questa sciagura; li ho sentito miei fino in fondo, ovviamente, ma in particolare uno mi è rimasto dentro: quando lo vedevi, ti sentivi a casa.
è così: quando tornavo da sciare in Piemonte, da bambina, in macchina con i miei genitori e mio fratello, vedere il ponte e passarci sopra equivaleva a "tra poco siamo a casa"; quando ci passavo sopra e guardavo il panorama, vedevo Genova e allora andava tutto bene perché anche quella volta eravamo tornati a casa tutti sani e salvi.
chissà cosa hanno pensato i tre turisti francesi, morti nel crollo, che stavano andando al porto per prendere il traghetto, forse per andare in Corsica, chissà. voglio pensare che abbiano guardato il mare dall'alto pensando magari tra poco siamo a bordo e si parte...

l'ho fatto tante volte, quel ponte, anche l'ultima volta in cui sono andata a Genova, a inizio maggio.
ed ora non c'è più.
l'ho sempre visto e non c'è più, e chi ci è rimasto sotto non c'è più, e chi ha perso un figlio, una madre, un fidanzato, un marito o una moglie, una persona amata là, sotto quelle macerie, non passerà più sopra un ponte, un qualsiasi ponte, come se niente fosse, come se quello fosse solo un raccordo tra due punti lontani, comunicanti solo tramite un pezzo di asfalto sospeso.
no. questo pensiero mi immobilizza.

due giorni fa tornavo a casa in macchina, di sera, dopo il lavoro. quando ho realizzato che stavo passando sopra un ponte (fatto anche questo centinaia di volte) ho trattenuto il fiato.
è uno dei tanti ponti di Roma, che qui chiamiamo il ponte della Magliana, che da qualche mese è stato ridotto a una sola corsia per entrambi i sensi di marcia (e non per lavori di rifacimento asfalto ma per limitare il peso da sostenere), e mi ha fatto trattenere il fiato e pensare speriamo che regga e anche dovrei trovare una strada alternativa.
sì, l'ho pensato. e non so quanto durerà questo pensiero, forse il tempo di far decantare questa bomba emotiva esplosa all'improvviso, forse cadrà nel dimenticatoio e diventerà qualcosa di routine, non lo so, ma so che ho avuto paura per i secondi che ho impiegato a percorrerlo (perché per fortuna non è un ponte sospeso di 1.2 km come era Ponte Morandi).

la mia Genova è diversa, oggi.
io sono diversa, oggi.

Love,
MC

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