giovedì 21 settembre 2006

in treno

Oggi mi sono goduta una bella mezz’oretta di osservazione dell’umanità, in quel del treno Frascati-Roma.
Iniziamo però dall’inizio, come di solito si usa fare.

Stamattina mi sono svegliata al suono della radiosveglia sintonizzata su Isoradio, chiedendomi perché l’avevo fissata sulle otto e zero zero.
Bello quando durante la notte perdi la memoria e la mattina dopo non sai più perché ti devi alzare dal letto a quell’ora stabilita la sera prima (privilegio esclusivo dei disoccupati…bel privilegio del boia!!!).
Ho messo un braccio fuori dalle coperte al volo, la mano sul tasto di standby per zittire le notizie del traffico sull’autobrennero (ci sarà un momento dell’anno in cui non c’è coda, su quell'autostrada col fondo color porfido (troppo bello)? Mi sa che è come Roma, che non sarà mai senza turisti...)
Nel frattempo sono tornata per un po’ sotto il caldo delle coperte (sui Castelli Romani, da un po’ di mattine, “ci vuole tutta” e non si sta tanto bene fuori dal letto caldo, la mattina) e sempre nel frattempo mi è venuto in mente che il motivo della sveglia a quest’ora era per fare diverse commissioni qua in giro, con allegato pranzo con ex colleghi a Roma, fissato per le 13.
Intanto ho iniziato a pensare a cosa mettermi, per non dover perdere tempo, dopo colazione, davanti all’armadio, fissando per dieci minuti, inerme, ancora dormiente, i vestiti da indossare “per essere decorosa nel mio ex ufficio” e quelli che metterei invece di slancio ma che, purtroppo, anche per un’occasione di rimpatrio tra ex, non sono molto indicati, esclusi rari casi di estivo casual friday sfrenato.

Dopo aver fatto tutte le cosette previste in zona, sono andata a prendere il treno a Frascati.
Mi sono seduta nel senso di marcia, vicino al finestrino, lato ombra, in caso di caldo, per poter aprire e comandare io le manovre di ossigenazione; non riesco proprio a non avere aria vera attorno; piuttosto patisco un po’ di freddo mattutino di inizio autunno, ma l’ossigeno lo devo avere a portata di naso.
Davanti a me trovo uno spilungone che mi intralcia del tutto il movimento gambe e che parla con la sua amica che mi siede accanto. Mi sono accorta troppo tardi dell’insolita lunghezza delle gambe del tipo, rimango proprio bloccata e così come mi siedo ci resto fino all’arrivo.
Arriva la terza amica e poco dopo un quarto amico, a cui evidentemente io ho rubato il posto tenuto occupato implicitamente come solidarietà amicale da “così facciamo il viaggio insieme”.
Ho tra le mani Giro di vento di De Carlo, ennesimo libro dello scrittore di cui ho già letto 150 pagine in tre giorni e che va a fare numero nella libreria sempre più piena e sempre più piccola, e che, ogni tanto mi dico, in futuro sarà metro di misura per la grandezza di una casa.
Dove infilerò tutti i libri che ho?
Ci penserò. Giusto oggi, tra l’altro, ne ho comprati altri tre, ma questa è un’altra storia.

In treno mi sarebbe piaciuto tanto concentrarmi sulla lettura, se non fosse stato per i discorsi dei quattro intorno.
Tra squilli del telefono ultima generazione super sottile black opaco sedicimilacinquecento colori, milleduecento nomi in rubrica, fotocamera integrata pluridirezionalbile eccetera, commenti sul tempo, le vacanze, la serie B e contatti di ginocchia costretti dal troppo poco spazio per quattro, perdo il controllo della concentrazione e dopo poche pagine lascio perdere tutto, infilo il libro chiuso nella borsa e stop.
Il tipo che ho davanti non la smette di parlare di tutto quello che di buono e bello sa fare e conosce e pensa e sostiene e lotta per.
Le due donne del trio sono facilmente classificabili e a questo punto non mi resta altro da fare (classificarle), tanto oramai l’unica è starli a sentire facendo finta di guardare fuori dal finestrino: leggere è tempo e fatica sprecata, continuerò da dove ho lasciato sul treno del ritorno, a pranzo fatto.
Quella seduta alla mia destra è sicuramente attanagliata da fobie da aria pura e ossigeno inalato: appena partiti chiede di serrare il finestrino. Avrà si e no qualche anno in più di me e non sembra essere una persona particolarmente tranquilla: non fa che dondolare la gamba accavallata, nel già poco spazio a disposizione per la collettività, controlla continuamente il cellulare e fa domande a raffica.
L’altra ragazza, invece, sembra appena uscita da una boutique di via Condotti e da una rapida occhiata si nota l’importanza che dà al griffato ultima moda appena uscito tanto tra un anno passa e lo butto via.
Tiene sulle gambe una cartellina rigida, su cui è stampato il logo dell’università Luiss, e anche lei come l’amico cita conoscenze acquisite e altre che madre natura le ha concesso ma che potrebbe anche non sbandierare: lascia qualcosa da capire pure a noi, no?
Sarebbe da domandarglielo per vedere che faccia fa!

In breve decido di isolarmi e pensare ai fatti miei: faccio quasi fatica a stare dietro ai loro discorsi, la mattina non riesco ad essere così attiva mentalmente e il viaggio in treno è davvero un toccasana per i miei tempi di attivazione cerebrale, quando intorno non ci sono stra-parlanti come oggi!
Come faranno questi tre a parlare a macchinetta di tutto quello che hanno fatto, faranno e vorrebbero fare? Sono a trentamila la mattina e magari sono di quelli che lo sono sempre stati e che se non vivono così “si sentono morti”.
Mah..
Intanto dal mio finestrino (meno male che mi sono seduta qui, almeno guardo fuori!) mi godo i vigneti che mi passano davanti: è tempo di vendemmia e assieme a questo pensiero mi viene anche in mente che oggi finisce l’estate e inizia l’autunno.
Mi accorgo quindi, per l’ennesima volta, che il tempo non vola, no, troppo poco, scappa via come un siluro che si lancia fuori dall’atmosfera da Cape Canaveral, altro che sabbia che scorre tra le dita…magari… quella almeno la vedi passare, invece certe volte questo tempo mi passa e nemmeno me ne accorgo.
Però è bello, dai, e poi ultimamente riesco anche a vivere completamente il momento che sto vivendo e vedo che i risultati, a fine giornata, ci sono e sono preziosissimi.

Chissà cosa penserebbero i miei compagni di sedile di oggi, alla proposta di prendere fiato e vivere con più calma?



2 commenti:

Lord Crespo di Svezia ha detto...

Chiara cara, buongiorno!
Da un anno e mezzo, come sai, non pendolo più con il treno (lo faccio con la moto per un tragitto certamente più breve di quello fatto in treno...per nove lunghi anni).
I dettagli che hai riportato, le ginocchia che si toccano, i tipi che passano il tempo a dire quello che sanno fare e quanto sono bravi, le tipe griffate, gli stronzissimi (scusa la parola, erano e sono comunque - le finestre sono in tutti i luoghi - la mia dannazione) allergici all'ossigeno...
E poi, il guardare il paesaggio che passa, pensando che in fondo il mondo è ancora un posto...dai...diciamolo...alla faccia di tutta la bruttura...meraviglioso!
Sai, qualche volta mi manca un po' l'aria del treno di mattina, non quando ero solo ma in compagnia...insomma, diciamocelo, è un mondo parallelo che non si comprende fino in fondo se non lo si vive o se non lo si è vissuto, no?
Comunque, tu conosci la situazione disastrata della linea che usavo io...per questo motivo non mi manca realmente il treno, ultimamente era diventato uno stress e basta: altro che ginocchia che si toccano...si stava sempre in piedi!!!

Ti racconterei del tragitto in moto, invece, che anche lui ha delle sorprese se ci si concentra nell'osservare tutta la fauna (della quale faccio parte) che ogni mattina si tuffa (a malincuore, almeno io) nel traffico romano.

Beh, basta con questa vena malinconica-romantica ;P
BACI!

Maria Chiara ha detto...

Ciao Ale,
è vero, la pendolarità crea alla fine una sorta di vita comune per il lasso di tempo trascorso "insieme"... Anche io ho fatto la pendolare Frascati-Roma...
Però era anche una bella parentesi, alla fine...Leggevo tantissimo!!!
Baci

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